L'attesa

scritto da Barbara.18
Scritto 3 mesi fa • Pubblicato 3 mesi fa • Revisionato 3 mesi fa
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Autore del testo Barbara.18

Testo: L'attesa
di Barbara.18

Oggi è un giorno come un altro. In verità no. Oggi è un giorno di ordinaria infelicità, non è uguale agli altri perché la pena aumenta gradualmente, silenziosamente, finché arriva al culmine. Non è come quando si raggiunge la cima e poi si può solo scendere: si può ancora salire, su una scala invisibile che porta fino al cielo solo per farti precipitare rovinosamente, e poi più nulla.
 
Non è la morte, è il non essere più, nonostante braccia e gambe si muovano come sempre e gli occhi guardino e la bocca riesca a parlare.  
 
 
 

La donna aspettava quieta alla fermata dell'autobus, sembrava attendere qualcuno che non sarebbe venuto. Non guardava l'orologio, aspettava e basta. L'autobus delle 15 e 35 aveva il solito ritardo di dieci minuti, sarebbe arrivato scaricando a terra il consueto carico di anime stanche che, rumorose, sarebbero sciamate in fretta diramandosi in file sparse e disordinate, ognuno sulla via del proprio ritorno.
 
L'autista si sarebbe fermato qualche minuto per una breve sosta prima della nuova corsa, come sempre, avrebbe aspirato velocemente una sigaretta già fumata a metà, poi, soppesando il nuovo carico di facce tutte uguali da riportare a casa, sarebbe ripartito per l'ultimo viaggio della giornata.
Di solito a quell'ora c'era sempre un omino basso e timido che sembrava a disagio con la sua divisa bluette, si guardava intorno come per cercare un rifugio, accennava un saluto toccandosi il berretto e ripartiva svogliatamente verso il capolinea.
La donna salì sull'autobus continuando a guardare verso il viale principale, chiunque stesse aspettando avrebbe potuto comparire all'improvviso, sbucando come un fantasma da un incrocio qualsiasi, o da un portone. O dal nulla della sua mente che sognava.
L'autobus ripartì, senza che il suo sogno diventasse una persona, ma lei continuava a guardare, semmai si fosse sbagliata. Non poteva rassegnarsi.
Lungo il percorso l'autobus si lasciava dietro le storie che ogni passeggero portava con sé come un fardello in più dentro lo zaino, o la cartella piena di documenti inutili. L'autista li guardava scendere senza vederli, apriva la porta e riprendeva la corsa, quasi tutt'uno con la macchina. Tutt'uno con quella piccola folla silenziosa che doveva riportare a casa.
La donna scese al capolinea, come una che non ha una meta ma solo un volto da cercare fra gli altri.
Lui era da lei. Lui era da lei. Lui era da lei.
Vedeva le sue braccia intorno a quella vita che non era la sua, le labbra su quelle labbra sottili, i baci sul collo e le risa. Le risa. 
Ridevano di felicità e si sentivano forti, lei non esisteva, era soltanto un fantasma di dolore, bastava non pensarci. 
Eppure, al capolinea del 33 cercava ancora i suoi occhi, casomai fossero lì, ad aspettare lei come prima, come quando erano solo per lei.
Cercava.
Sarebbe tornata a casa, prima o poi, e l'avrebbe trovato in cucina, forse. In cucina ad aspettare lei che tornava dal lavoro, intento a cucinare per lei, con le labbra increspate da un sorriso tenero. Il sorriso dell'amore scomparso.
Si guardava intorno: la strada era vuota, la notte non era lontana, l'avvolgeva un buio ostile e freddo. Non aveva pietà di se stessa, si odiava per non essere amata.
Lui era da lei, non c'era altro che contasse,  solo che lui era da lei. Ora la notte aveva il sapore dell'abbandono, e del freddo che le avvolgeva l'anima. 
Lui era da lei.
Il silenzio dell'amore grida più forte dello strazio. 

L'attesa testo di Barbara.18
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